Quando nacque a Roma, nel lontano 1789, Teresa Spinelli trovò ad accoglierla l’amore di una famiglia composta dai genitori, Michelangelo e Anna Caterina, e dai fratelli Pietro, Regina e Vincenzo. Teresa visse la sua prima infanzia in modo spensierato, circondata dall’affetto dei suoi cari. Ad un certo punto la famiglia Spinelli dovette affrontare seri problemi per le difficoltà economiche seguito al fallimento della bottega del padre, che era conciatore di pelli. Anche in quell’occasione però la famiglia affrontò unita il problema e Teresa, bambina di 11 anni, vide i fratelli e la madre sostenere compatti papà Michelangelo contribuendo con il loro lavoro all’estinzione del debito.
L’esperienza familiare di Teresa era stata quindi nel complesso positiva: amore coniugale, affetto fraterno, solidarietà nella buona e nella cattiva sorte, questi i valori che ella aveva assimilato nella sua famiglia d’origine.
Quando a sedici anni i genitori la diedero in sposa a Luigi, Teresa era certa di poter vivere nella nuova famiglia quei valori che avevano accompagnato la sua vita fino a quel momento. Luigi era invece un uomo taciturno e brusco, che arrivò ben presto alla violenza. Non era aperto al dialogo, la sua parola era legge. Quale differenza con la sua famiglia! Non che in casa sua fossero mancate le divergenze d’opinione tra i genitori ma la violenza, quella non si era mai vista. I suoi genitori avevano una profonda religiosità mentre il marito era un senza - Dio, un bestemmiatore inficiato d’idee rivoluzionarie, spesso anche ubriaco.
Eppure Teresa confidava fiduciosa nella possibilità che cambiasse, aiutato anche dall’amore e dalla pazienza di lei. Era suo marito e questo le era sufficiente per amarlo.
Un giorno però accadde un imprevisto: i vicini di casa, udendo le alte grida di Luigi, che colmo di vino e d’ira percuoteva la moglie, avvisarono la madre di Teresa. Quest’ultima, già stizzita per il fatto che il genero le impedisse, ormai da tempo, di vedere sua figlia, non poteva tollerare che ora ella rischiasse addirittura la vita e quindi andò prontamente a denunciarlo all’autorità competente. Fu aperta un’inchiesta e i coniugi furono temporaneamente divisi e interrogati. Alla fine del processo fu ordinato a Teresa di tornare nella casa paterna. Ella oppose i suoi doveri di sposa e la maternità cui andava incontro ma nulla poté dissuadere il vicegerente dalla sua decisione. Nel volgere di breve tempo Luigi sparì dalla circolazione, senza neppure adempiere la legge che lo obbligava alla restituzione della dote.
Teresa Spinelli aveva compiuto da pochi giorni i 17 anni quando divenne mamma di una bellissima bambina, Maria Domenica. La piccola fu subito anche la gioia dei nonni ma questa gioia era turbata dalla preoccupazione di come sostenere le enormi spese per il mantenimento della famiglia, ora accresciuta da un nuovo membro, date le precarie condizioni economiche. Per questo Teresa accettò la proposta di divenire la balia della piccola Teresa Stampa, figlia dei conti Pietro e Carolina, nata un mese dopo la sua Maria Domenica. Non parve vero a Teresa che le si offrisse l’occasione di aiutare gli anziani genitori e nello stesso tempo poter accudire anche alla propria bambina. Per un anno questo fu il suo lavoro, che adempì con un tale amore da lasciare un buon ricordo di sé presso quella nobile famiglia.
Terminato questo suo ufficio cominciò ben presto a manifestare i sintomi di una malattia che la debilitò gravemente. Il medico ordinava un cambiamento d’aria per poter recuperare le forze e la salute ma la situazione economica le rendeva impossibile attuare questa prescrizione. Finché un giorno si ripresentarono i conti Stampa chiedendole di tornare al loro servizio, questa volta come istitutrice di quella stessa bambina che aveva svezzato un paio di anni prima. Teresa Spinelli era molto combattuta tra il pensiero di dover lasciare la figlia con i genitori e la necessità di lavorare per mantenere i suoi cari. Cedendo infine alle insistenti pressioni degli Stampa, partì con loro alla volta di Ferentino (FR), e qui rimase durante gli anni della dominazione napoleonica.
Il pensiero era sempre proteso alla figlia, per lei lavorava, per garantirle un futuro. Avrebbe preferito essere a Roma, con Maria Domenica, avrebbe voluto crescerla lei piuttosto che lasciarla nelle mani di nonni troppo accondiscendenti. Poi pensava al lavoro sicuro, al mantenimento della famiglia che gravava tutto sulle sue spalle e metteva da parte i suoi desideri, pur legittimi, per affrontare i suoi doveri di figlia e di madre.
Quando tornò a Roma, all’inizio del 1816, Maria Domenica aveva da poco compiuto i 9 anni. Era una bambina sveglia e vivace, forse anche troppo per la sua età. Pochi mesi dopo il ritorno di Teresa fu Anna Caterina ad ammalarsi: una paralisi totale che la consumava con lentezza infinita. Maria Teresa si dimostrava figlia premurosa e amorevole ma la situazione della mamma le impediva di trovarsi un lavoro sufficiente a mantenere la famiglia. La sua preoccupazione principale era però la figlia che per mancanza di mezzi era destinata a non poter studiare e conseguire quell’istruzione ed educazione che la sua intelligenza le consentiva. Ormai aveva raggiunto i dodici anni, il limite massimo per poter accedere ad uno degli educandati tenuti da monache presenti nella città. Le monache agostiniane di S. Caterina dei Funari svolgevano la loro attività educativa in particolare in favore delle figlie di donne vedove o abbandonate dai mariti, mantenendo gratuitamente le fanciulle più bisognose. Ad esse si rivolse Teresa Spinelli, facendo ancora una volta violenza al suo desiderio di tenerla con sé per garantirle la necessaria istruzione. Per lei non valse mai il proverbio "Lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. Anche mentre si trovava già a Frosinone, Teresa non perse mai di vista sua figlia, sia mentre era ancora educanda in S. Caterina dei Funari, sia quando decise di monacarsi come benedettina a Veroli (FR). Quando la figlia le esternò questo desiderio, ella la tenne con sé per sei mesi, per verificarne la vocazione. Allorché infine Maria Domenica perse l’equilibrio mentale in seguito ad un forte esaurimento, la madre l’accolse nel suo convento e l’assistette per otto anni, fino a quando le spirò tra le braccia.
L’esperienza vissuta da Teresa come istitutrice presso la famiglia Stampa ha costituito il suo “tirocinio” in preparazione alla sua futura missione di educatrice e insegnante. Alla grande necessità della società del suo tempo, Teresa Spinelli seppe rispondere con amore e competenza. Il 1° novembre 1820, raccolta in preghiera, si sentì chiamata ad adoperarsi in favore del prossimo, così come avevano fatto gli apostoli, portando il messaggio evangelico. Subito iniziò ad educare ed istruire alcune ragazze per poter garantire loro i mezzi per lavorare onestamente.
La sua sete di apostolato cresceva di giorno in giorno, fino ad esplodere nella chiamata interiore a recarsi a Frosinone. Nonostante le difficoltà che si interponevano alla realizzazione della sua vocazione, Teresa raggiunse il capoluogo della Ciociaria nel luglio 1821. Qui, dietro l’invito del Comune, aprì la prima scuola pubblica femminile, scuola che di giorno in giorno cresceva a vista d’occhio, richiedendo il continuo ampliamento dei locali.
La scuola di Teresa non era solo luogo di apprendimento del catechismo e di alcuni lavori domestici, così come richiedevano i programmi scolastici del tempo. Era occasione per una formazione globale della persona, dal punto di vista culturale e interiore. I suoi programmi scolastici all’avanguardia furono adottati anche in altre scuole femminili dei paesi limitrofi. Alla scuola si affiancava poi l’educandato che garantiva alle fanciulle che dimoravano nella scuola una formazione ancora più completa.
Per Teresa Spinelli l’istruzione e l’educazione erano alti compiti che richiedevano una solida preparazione umana e professionale. Ella prescriveva alle maestre:
“Esse saranno fedeli nel custodire le anime di tante giovani che nostro Signore ha riscattato con il suo sangue, e che dà loro in consegna come un tesoro prezioso, e per educarle, e per istruirle”.
“Esse cerchino d’essere non solamente maestre alle loro scolare per istruirle, ma anche loro vere madri nel Signore, amandole con tenerezza ed educandole con dolcezza nella virtù”.
All’apostolato dell’educazione della gioventù si aggiunse ben presto la vocazione alla vita religiosa e alla fondazione di un nuovo Istituto. Teresa Spinelli, rispondendo alla chiamata divina, fondò il 23 settembre 1827 le Suore Agostiniane Serve di Gesù e Maria. Nel titolo assunto dalla Congregazione è significato tutto il suo programma di vita: da una parte la spiritualità agostiniana che si basa sulla centralità della comunione fraterna, dall’altra il carisma specifico del servizio concretizzato nell’attenzione ai piccoli.
La consacrazione religiosa di Teresa Spinelli non ha cancellato le precedenti vocazioni che ella aveva ricevuto ma le ha trasfigurate. Ella è divenuta così pienamente sposa, madre ed educatrice perché ha allargato i confini del suo cuore fino ad abbracciare, in Cristo, tutti gli uomini della terra. Sr. Maria Teresa Spinelli ha vissuto la sua vocazione come dono totale di sé a Cristo senza perdere di vista l’amore al prossimo. La sua vita è un cammino fatto con i piedi ben piantati sulla terra ma il cuore già proteso verso il cielo. Ella non ha voluto vivere da sola il grande dono che Dio le aveva fatto ma lo ha condiviso con le sue figlie spirituali che da quel lontano 1827 hanno mantenuto vivo nella Chiesa il germoglio nato dal seme che Teresa aveva piantato. Ed oggi questa pianta ha esteso i suoi rami in tutto il mondo, perché ovunque c’è un “piccolo” c’è Cristo da servire e amare. Le Suore Agostiniane Serve di Gesù e Maria con la loro opera vogliono trasmettere al mondo il messaggio di Teresa: “Vi lascio per mio testamento la carità”.
Sr. Maria Teresa Spinelli (Roma 1789 – Frosinone 1850) è la Fondatrice delle Suore Agostiniane Serve di Gesù e Maria. Secondo l’uso del tempo e le possibilità della sua famiglia, ella ricevette solo una formazione scolastica di tipo elementare.
Abbandonata dal marito, per di più incinta, per mantenere la figlia e i genitori, divenne dapprima balia e poi istitutrice di Teresa Stampa, figlia dei conti Pietro e Carolina. Con loro rimase circa nove anni, dal 1806 al 1808 e ancora dal 1809 al 1816. A questo secondo periodo si può far risalire la possibilità per Teresa Spinelli di accostarsi ad una cultura più vasta di quella ricevuta in famiglia, potendo disporre, con ogni probabilità, della biblioteca di casa Stampa per il suo incarico di istitutrice. Questo le consentirà di dedicarsi, alcuni anni più tardi, all’insegnamento di materie “insolite” per le scuole femminili di quel tempo.
Rientrata in famiglia, negli anni 1820 – 1821 si dedica all’alfabetizzazione culturale e spirituale di ragazze cosiddette “pericolanti”, nei locali della parrocchia di S. Maria in Monticelli. Dal luglio 1821 fino alla morte la troviamo a Frosinone, chiamata dall’Amministrazione Comunale per aprire la prima scuola femminile. A quell’epoca Frosinone era totalmente priva di istruzione pubblica femminile.
Il 23 settembre 1827, insieme alle prime compagne, ricevette l’abito religioso e fondò la Congregazione delle Suore Agostiniane Serve di Gesù e Maria.
Nello stile educativo di M. Teresa Spinelli confluiscono tutte le sue esperienze scolastiche precedenti, vissute come alunna e come insegnante. Accanto alle materie tradizionali delle scuole femminili del Lazio pre-unitario (leggere e in alcuni casi scrivere, ricamare e conoscere il catechismo) troviamo, però, anche materie totalmente innovative come la matematica, la letteratura, la storia sacra e quella profana, il pianoforte e in alcuni casi la lettura del latino per poter seguire le preghiere.
L’attività educativa della Spinelli si svolgeva essenzialmente a due livelli: quello della scuola comunale pubblica e quello dell’educandato. Nella scuola pubblica femminile l’impostazione era più tradizionale perché il programma dello studio era stabilito dal Comune di Frosinone. Nell’educandato, invece, sia per la maggior disponibilità di tempo, sia perché non era vincolata dal Comune, la Spinelli poté allargare lo spettro del proprio insegnamento alle “nuove” materie già citate.
Lo stile pedagogico della Spinelli puntava all’attenzione al singolo, senza distogliere lo sguardo dall’intero gruppo classe. Una testimone oculare, la contessa Caterina Bentivoglio, riferisce che la Spinelli riusciva a spiegare le lezioni a una classe di cento e più alunne: “Il metodo d’insegnare è ottimo, perché il leggere si servono dei sillabari, per scrivere delle linee e belli esemplari… Le ragazze, o povere o signore tutte leggono una volta il giorno e dopo pranzo scrivono… Il metodo d’insegnare dotrina è buono, perché in un colpo solo imparano in cento, non essendo meno le ragazze divise nelle due camere sole che abbiamo; che una serve anche per refetorio. La Maestra [Teresa Spinelli] con una voce altissima fa l’interrogazione e le altre Maestre ben distribuite rispondono facendo da campioni”(Carina Bentivoglio, Lettera a Mons. Falzacappa, 29/11/1822). Eppure Teresa Spinelli era anche in grado di cogliere le difficoltà delle singole bambine. Questa stessa attenzione raccomandava alle altre insegnanti: “Esse saranno fedeli in custodire le anime di tante Giovani, che nostro Signore ha riscattate col suo Sangue, e che dà loro in consegna come un prezioso tesoro, e per educarle, e per istruirle. Le ameranno e stimeranno ugualmente, come figliuole care a Dio… non guardando se siano nobili o ignobili, povere o ricche, ma quelle che possono essere un dì. Cerchino d’avere un gran desiderio del loro profitto impegnandosi ad istruirle, con attenzione e divozione… Ed incontrandosi con persone assai idiote, ed incapaci delle cose di Dio, non si doveran perdere d’animo, ma useranno con esse più pazienza e più carità. Ridiranno loro le stesse cose più volte, or in una maniera, or in un’altra, e con ciò otterranno senz’altro poco a poco quello che pare impossibile ad ottenersi”.( M. T. Spinelli, Costituzioni 1827, V, I, III – VI).
Maria Teresa Spinelli era perfettamente consapevole del fatto che la cultura è veicolo di dignità umana e possibilità di un riscatto sociale. Per questo, nelle prescrizioni per le consorelle insegnanti insiste sulla necessità di istruire le bambine povere: “[La maestra]procuri diligentemente di far fare tutto per amore di Dio, e a quelle più volentieri, che sono più povere, e derelitte, e senza ajuto, con farle, se si può, anche cercare per le strade affinché con i misteri della fede imparino qualche lavoro per campare onestamente”.( M. T. Spinelli, Costituzioni 1827, V, II, V.)
Tra le educande della Spinelli ci furono anche le sette figlie di suo fratello Vincenzo. Sr. Teresa, in occasione degli scambi epistolari con il fratello e la cognata, racconta anche l’andamento delle nipotine ospiti del suo educandato e chiede notizie di quelle più grandi, ormai rientrate in famiglia. Veniamo così a sapere che “le figlie stanno bene, occupate allo studio e a scrivere Musica, ora studiano l’assedio di Corinto e vanno avanti con il Cramer”. La Spinelli, nel chiedere notizie di una nipote, elargisce ai genitori un consiglio educativo su come trattare con questa figlia dal carattere difficile: “Mariuccia come sta? Ci vole pazienza, ciò è il frutto che si invelenisce per le correzioni, che non le vole, di ciò ne sono pratica, la complesione è dilicatissima, per cui, per non rovinargli la salute, conviene andare con il bemolle, se non fosse stato questo, quanto di più si sarebbe potuto fare! Ma perché la prudenza vole che si abbia in mira, non una sola cosa, ma tutte nella educazione, così, con tali caratteri, conviene aspettare la riflessione, senza trascurare il necessario, per non ruvinarle per un altro verso”.( M. T. Spinelli, Lettere, XXIII, 27 luglio 1838)
Una delle grandi innovazioni didattiche di Teresa Spinelli fu quella di stabilire un orario preciso delle diverse lezioni. Questo schema orario venne in seguito adottato anche nella scuola delle “Monachelle della Carità” di Ferentino (FR).
Per completezza educativa Teresa Spinelli comprese nelle attività dell’educandato anche una passeggiata con le maestre due volte alla settimana, il giovedì e la domenica.
Infine, in un’epoca in cui la donna non poteva ricoprire incarichi pubblici, il ruolo di maestra elementare rivestito dalla Spinelli e da numerose ex-alunne della sua scuola ha portato la donna ciociara in una posizione sociale altrimenti difficilmente raggiungibile.
In questo anno, nel quale Papa Francesco ha scritto l’esortazione post-sinodale “Amoris laetitia” sulla famiglia, può essere interessante riflettere sull’importanza che Sr. Maria Teresa Spinelli ha dato alla famiglia.
Il Papa esordisce con la frase: “ La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie è anche il giubilo della Chiesa” (AL 1). Più avanti dice: “Il bene della famiglia è decisivo per il futuro del mondo e della Chiesa” (AL 31). È, pertanto, importante ricordarsi che la famiglia è la “molecola” di cui è costituita non solo la società civile, ma anche la Chiesa. Lasciamoci guidare da Sr. Teresa Spinelli nel cammino di rivalutazione della famiglia, non di quella idilliaca e utopistica (la cosiddetta “famiglia del Mulino Bianco”), ma quella concreta nella quale viviamo, con i suoi pregi e difetti.
Teresa Spinelli aveva quasi 32 anni quando lasciò Roma per stabilirsi a Frosinone. Trascorse quindi la prima metà della sua vita a Roma e a Ferentino (FR). Non visse, tuttavia, sempre con la sua famiglia d’origine, ma si sforzò in ogni caso di creare attorno a sé un clima di familiarità e concordia. Anche nelle situazioni più avverse, infatti, come durante la convivenza con il marito e nell’anno trascorso in casa del fratello Vincenzo, Teresa Spinelli si adoperò perché all’interno della casa non sorgessero attriti o fossero appianati al più presto. Questo è quello che aveva imparato nella sua famiglia d’origine dove, benché ci manchino le informazioni riguardo al ménage familiare, sappiamo per certo che le difficoltà economiche della famiglia furono affrontate con coraggio da entrambi i coniugi, cercando il più possibile di mantenere unita la famiglia anche nella cattiva sorte. Solo quando la povertà divenne vera e propria indigenza i genitori cercarono una moglie al figlio Vincenzo e un marito alla giovane Teresa, nella speranza di garantire loro migliori condizioni di vita.
Riguardo all’esperienza matrimoniale di Teresa, dalla narrazione della prima biografa, si potrebbe pensare che ella e il marito vivessero soli, mentre dal registro degli stati d’anime della Parrocchia di S. Maria in Grotta Pinta risulta che in Via dei Giubbonari, 64 vivevano, numerati come famiglia 21: “Saveria Spada quondam Bruno da Catanzaro, vedova quondam Giovanni Ravieli, Luigi, figlio, sensale di Ripa, Romano e Teresa Spinelli di Michele, Romana, Moglie”. Il silenzio che avvolge la figura della suocera, quando Teresa riporta nel diario spirituale le vicende del proprio matrimonio, è un segno abbastanza eloquente della prudenza di Teresa nel non coinvolgerla nei propri problemi coniugali, o, quanto meno, nel non vendicarsi per iscritto dell’eventuale sostegno della Spada a suo figlio. Quando, poi, il Vicariato decretò la separazione dei coniugi, in un primo momento Teresa rifiutò questa soluzione dichiarandosi disposta a tornare con il marito. Per lei, infatti, era più importante mantenere l’unità della famiglia piuttosto che salvaguardare la sua stessa vita.
Un dato particolarmente interessante per avvalorare la capacità della Serva di Dio di creare un clima di famiglia è il fatto che, durante la sua prima permanenza in casa Stampa, nonostante Teresa non fosse che uno dei membri della servitù, il suo nome risulta tra i membri della famiglia Stampa, insieme ad altre due donne di servizio, mentre gli altri servi costituiscono due famiglie a parte. Sarebbe lecito pensare che gli Stampa considerassero la servitù femminile parte della famiglia, a differenza di quella maschile. È, però, da notare che le due donne di servizio, l’anno precedente all’arrivo della Spinelli, pur lavorando già presso gli Stampa, formavano una famiglia a parte. Con l’ingresso di Teresa, invece, la famiglia Stampa si “allarga”.
Anche in casa di suo fratello Vincenzo Teresa si comportò sempre con paziente saggezza, in modo da non compromettere i rapporti tra Vincenzo e la sua prima moglie Annamaria. Quando, poi, raggiunse Frosinone e avviò la prima scuola pubblica femminile instaurò immediatamente uno stile di vita comune insieme alle altre insegnanti, perché formassero una famiglia e non un “team docenti” ante litteram. La finalità della scuola, poi, era quella di formare future madri di famiglia consapevoli del proprio ruolo, in casa come nella società civile. C’era, quindi, in Teresa Spinelli la chiara consapevolezza che il benessere della società deriva dal ben-essere delle famiglie. Fin dal primo regolamento della scuola del 1821 Teresa aveva previsto nell’orario delle lezioni di ogni giorno “un’altra mezz’ora si dovrà occupare in cose istruttive per bon vivere in società o altro che si troverà conveniente” (Orario, n° 14). Ancora più esplicitamente nelle Prime Costituzioni troviamo scritto che la scuola era stata aperta “Per fare con questo mezzo rifiorire la Città in ogni sorta di virtù, di bontà di vita, e di buone arti” (Cost. 1827, p. 273) e, più avanti, riguardo ai doveri delle maestre prescrive: “Avranno il pensiero che le scolare già capaci insegnino le prime cose della Dottrina Cristiana a loro fratelli e sorelle e ad altri di casa e l’interrogheranno spesso in scuola se l’hanno fatto e se lo van facendo. Prenderanno ancora un sommo impegno acciò le Madri di famiglia, che sono già state nelle scuole facciano lo stesso a loro figliuoli e domestici, e che si allevino nella pietà, con far loro intendere che esse possono più contribuire alla buona educazione de lor figlioli che i Padri, li quali non gli hanno così di continuo appresso di loro” (Cost. 1827, p. 275).
A maggior ragione Sr. Teresa promosse un autentico spirito di famiglia all’interno della sua comunità religiosa, dedicando un intero capitolo delle Prime Costituzioni alla carità, unione e rispetto reciproco delle suore, anche perché “l’intenzione di fondare quest’Istituto è stata di accettare per Religiose solamente quelle che, toccate da Dio, sono totalmente risolute di servire al Signore in vita comune, senza proprietà e con l’aiuto delle propria anima aiutare anche molte altre” (Cost. 1827, p. 176).
L’appartenenza ad una famiglia spirituale non distolse Sr. Teresa dal preoccuparsi anche del buon andamento della propria famiglia d’origine, in particolare di suo fratello Vincenzo e della sua numerosa famiglia. Vincenzo, infatti, rimasto vedovo, aveva sposato nel 1826 Costanza Bersani, dalla quale ebbe dodici figli. In occasione di una nascita Sr. Teresa, che aveva presso di sé le figlie di Vincenzo come educande, scrisse al fratello: “Per carità dunque, se [Costanza] ama la famiglia e voi, sia rassegnata, e gli affari di casa li metterà in paro quando sarà bene ristabilita. Tanto dico per volergli bene davvero; la saluto, il che fa D. Angelo e tutti gli amici, e la nostra famiglia; le figlie fanno lo stesso, tutti desiderano sapere come si chiama [il neonato]” (Lettera XIII). Dato che Sr. Teresa nomina tra le persone che mandano i saluti a Costanza sia “la nostra famiglia”, sia “le figlie” si può pensare che nel primo caso si riferisca alla comunità religiosa.
In un’altra occasione, parlando del suo impegno per l’educazione delle figlie di Vincenzo e Costanza, scrisse: “Ho desiderato sempre restituirvi il tutto con questa famiglia, che, di tutto core, desidero vi renda contenti, ma se ancora non corrispondano ai nostri comuni desideri, e a quanto si va facendo, non sarà arrivata l'ora, perciò pazienza reciproca” (Lett. XIV).
Papa Francesco, nella sua ultima esortazione apostolica, ha voluto ricordare a tutti che la Chiesa è una grande famiglia ed è strettamente legata alla vita delle famiglie che la compongono: “La Chiesa è famiglia di famiglie, costantemente arricchita dalla vita di tutte le Chiese domestiche. Pertanto, «in virtù del sacramento del matrimonio ogni famiglia diventa a tutti gli effetti un bene per la Chiesa. In questa prospettiva sarà certamente un dono prezioso, per l’oggi della Chiesa, considerare anche la reciprocità tra famiglia e Chiesa: la Chiesa è un bene per la famiglia, la famiglia è un bene per la Chiesa. La custodia del dono sacramentale del Signore coinvolge non solo la singola famiglia, ma la stessa comunità cristiana” (AL 87).
Nella nostra Congregazione i modelli della vita comunitaria sono la SS.ma Trinità e la Santa Famiglia di Nazaret, alla quale è rivolta la preghiera comunitaria domenicale, che si conclude con queste parole: “O Gesù, Maria e Giuseppe siate sempre con noi e la nostra comunità diventerà come la casa di Nazaret, luogo ove si vive nella totale donazione a Dio e al suo Regno”. Concludo, pertanto, con le parole che la nostra Fondatrice scrisse alla famiglia di suo fratello, ma sono un prezioso consiglio per tutti: “Siate sempre più ferventi in pregare le nostre tre care persone, cioè Gesù, Maria e Giuseppe” (Lett. XIV).